Caro Bernanke, il doping monetario non farà bene ai mercati

Il Foglio ha avviato un dibattito in vista delle decisioni che il governatore della Fed, Ben Bernanke, annuncerà domani. Dopo gli interventi di Francesco Forte e Angelo De Mattia, ecco l’analisi di Alberto Bisin, professore di Economia alla New York University
6 AGO 20
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Il Foglio ha avviato un dibattito in vista delle decisioni che il governatore della Fed, Ben Bernanke, annuncerà domani. Dopo gli interventi di Francesco Forte e Angelo De Mattia, ecco l’analisi di Alberto Bisin, professore di Economia alla New York University.
Il mercato del lavoro americano non riprende con sufficiente energia. La Fed annuncia l’acquisto di quanti più titoli possibile, con l’obiettivo di abbassare i tassi di interesse su tutta la struttura a termine. E’ buona cosa? Difficile a dirsi, soprattutto perché non siamo in grado di dire con certezza cosa stia succedendo all’economia americana. Le banche non estendono crediti perché le imprese non li richiedono, o le imprese non li richiedono perché le banche non li offrono? Senza una diagnosi, è difficile predire gli effetti della cura. Detto questo, una nuova politica monetaria espansiva di grande entità appare a me in questo momento come la Corazzata Potemkin appariva a Paolo Villaggio.
Nel vecchio mondo dell’economia politica keynesiana le cose erano semplici: abbassare il tasso di interesse aumenta gli investimenti, come una pompa idraulica. Ma l’economia non è idraulica. I tassi sono oggi bassissimi. Abbassarli ancora, nella migliore delle ipotesi, significa rendere profittevoli investimenti a rendimento essenzialmente nullo. Infatti, con tassi nominali a zero, come oggi, una politica monetaria espansiva può ridurre i tassi solo creando inflazione e di conseguenza inducendo tassi reali negativi. L’idea è quella di generare investimenti a tutti i costi, così che la domanda induca altra domanda e i rendimenti improduttivi si trasformino in investimenti produttivi. Ma se l’economia non è idraulica, non è nemmeno alchimia.
La bolla immobiliare, e quella dell’industria tecnologica prima di essa, sono esempi da manuale di cosa implichi tenere i tassi artificiosamente bassi, e cioè appunto, investimenti improduttivi. Inflazione e tassi di interesse reali negativi sono cocaina invece di un bel sonno rigeneratore, per banche e finanziarie. Per non parlare dei costi per chi detiene attività finanziarie, non solo i ricchi e cattivi capitalisti, ma anche i vecchietti coi risparmi. Un decennio e più a tassi reali zero o negativi, come successo in Giappone, significa condannare i cinquantenni a una pensione dimezzata o quasi.
L’economia è una scienza triste, ci insegnavano a scuola. E così sia, infatti: la politica monetaria non ci salverà. I problemi che le economie sviluppate si trovano ad affrontare sono al contempo banali e profonde. Si tratta di capire perché gli investitori non trovino rendimenti attesi positivi da finanziare con la montagna di liquidità che la Fed ha già reso disponibile. Varie sono le possibili risposte. Innanzitutto, banche, imprese e famiglie stanno ricostituendo i propri risparmi, dopo che la bolla immobiliare e mobiliare ne ha ridimensionato livello e crescita. Questo è un processo lento ma necessario. Va assecondato, non bloccato a mezzo di bustine di cocaina, pardon, iniezioni di liquidità. In secondo luogo, l’attività economica globale è in fase di spostamento non solo verso Cina e India, ma anche Brasile e Africa. Una futura struttura di specializzazione internazionale richiede tempo e costi per le economie sviluppate. Anche in questo caso, la trasformazione va assecondata senza alcuna pretesa da parte dei governi di stimolare certi tipi di investimento invece di altri.
In terzo luogo, le aspettative di nuove tasse, oggi rampanti negli Stati Uniti come in Europa, abbattono i rendimenti attesi. Un piano credibile per tenere sotto controllo quei capitoli di spesa che accennano a esplodere in futuro, come la spesa sanitaria e le pensioni, è assolutamente necessario.
di Alberto Bisin